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ACQUISIZIONE DELLA TESTIMONIANZA
DEL MINORE DI SEI ANNI


di LAURA VALENTINA MASCIOLI
                      
                                       

Sommario       

1. Considerazioni introduttive. 2. Profili normativi. 3. Orientamenti dottrinali. 4. Lo stato della giurisprudenza. 5. Spunti comparatistici. Esperienze internazionali e interne. 6. Problematiche controverse e possibili soluzioni.


1. Considerazioni introduttive. Occorre premettere alla trattazione che seguirà come questa succinta riflessione  non voglia essere una analisi esaustiva della più ampia tematica “testimonianza del minore”; l’intento che ci si propone è unicamente quello di evidenziare una prospettiva, un angolo visuale della problematica afferente  alla deposizione del fanciullo in età prescolare, alla luce dei recenti indirizzi della normativa nazionale ed internazionale.
      In particolar modo, ci si soffermerà sui principali profili normativi riguardanti l’ascolto del piccolo testimone e sulle metodologie di audizione reputate, dai più recenti e accreditati studi, maggiormente adatte allo stesso; si cercherà di tratteggiare, poi, i contenuti della audizione protetta, i rapporti con la teoria generale della prova e si evidenzieranno, attraverso gli occhi della dottrina, i vuoti non colmati dal legislatore e le misinterpretazioni esegetiche  in cui, di frequente, la giurisprudenza è caduta.
      Orbene, si procederà alla analisi relativa alla acquisizione della testimonianza del minore lungo cinque direttrici parallele. In primis, si porranno in luce i profili normativi, quindi, gli orientamenti della dottrina e lo stato della giurisprudenza, per poi effettuare una comparazione, seppur sommaria,  tra i sistemi normativi, ponendo in rilievo la genesi della audizione del minore nel diritto internazionale, anche a seguito della introduzione di Convenzioni e di protocolli, teleologicamente volti  a garantire protezione al minore ed, al contempo, a raccogliere le dichiarazioni del medesimo, minimizzando il rischio di falsi ricordi e di traumi.
  Giova, sin d’ora, porre in risalto come la argomentazione oggetto di esame sia particolarmente delicata e irta di problematiche, di frequente insolute, collocandosi essa sul frastagliato confine tra il diritto processuale penale e la psicologia giuridica, in un quadro in itinere che, quindi, necessita di costanti aggiornamenti.
Possiamo affermare che la testimonianza del minore deve, invero,  fare i conti sia con i  mezzi offerti dal processo penale che con il sapere  scientifico. E’ opportuno, in merito, fugacemente  evidenziare come nell’ultimo ventennio si sia  assistito al passaggio da un dominio incontrastato della scienza sul processo ad una inglobazione del metodo scientifico all’interno del processo stesso. La scienza, a seguito della scoperta della portata euristica del c.d. “falsificazionismo” , non è stata, infatti, più ritenuta infallibile e granitica,  bensì incostante e soggetta ad errore!
Va sottolineato,  al riguardo, come al fine di pervenire alle migliori soluzioni, in ambito di acquisizione della testimonianza del minore, non sia bastevole né il sapere scientifico da solo, né il solo diritto. Sarà, quindi,  indispensabile  la dialettica dei due fattori, pur non esorbitando i propri naturali confini, in una logica  di  vicendevole e feconda  integrazione.


2. Profili normativi.  La testimonianza, quale narrazione del factum probandum attraverso la esperienza percepita dal narratore, possiede, al suo interno, una componente di verità oggettiva ed un’altra di natura soggettiva che deve essere acclarata caso per caso, in relazione al soggetto che testimonia ed al grado del suo coinvolgimento.    L’articolo 194 del codice di procedura penale statuisce, al riguardo, che “il testimone è esaminato su fatti che costituiscono l’oggetto di prova”. Tale praeceptum legis va letto congiuntamente alla previsione normativa dell’art. 196 c.p.p. che evidenzia come ogni persona abbia la capacità di prestare testimonianza; ogni individuo, quindi, portatore di conoscenze utili al processo è  idoneo ad assumere il ruolo di teste, senza distinzione o limiti pregiudiziali  in relazione  alla età, alla nazionalità, al sesso ed alla capacità di intendere e di volere (ovviamente, previa verifica, qualora si renda necessaria, della idoneità fisica e/o psicologica del soggetto a rendere testimonianza).
 Anche il minore, che sia esso in età prescolare o scolare, può, quindi, a pieno titolo, ricoprire l’ufficio di testimone nel  processo penale; “Le testimonianze dei minori sono”, infatti, “fonti legittime di prova” sottolinea il supremo giudice di legittimità (Corte di Cassazione, Sez. III, 8 Aprile 1958).     Ciò nondimeno, va rilevato, in merito, come il fanciullo non possieda in toto le competenze cognitive su cui si fonda la capacità a testimoniare. In vero, l’art. 97 c.p. sancisce per il minore, che non ha ancora compiuto i quattordici anni di età, una presunzione assoluta di incapacità di intendere e di volere.   Tuttavia, la accettazione, in seno alla normativa processual-penalistica, di  codesto ossimoro  si ritiene costituire un compromesso “necessario”, nella società giuridica attuale, ai fini della tutela del piccolo testimone ; essendo sempre più frequenti- o sarebbe meglio dire sempre più individuabili - i casi in cui si rende indispensabile acquisire la testimonianza di un minore, spesso unico spettatore o vittima di un reato. 
    Occorre, in merito, fugacemente, rilevare la contestazione sollevata da una minoritaria corrente dottrinaria, secondo la quale la testimonianza dei minori di quattordici anni confliggerebbe con la previsione normativa dell’art. 120 c.p.p., laddove questo prevede che i minori di quattordici anni non possano intervenire come testimoni ad atti del procedimento. Tuttavia, emerge, sin da una prima lettura della norma in esame, come, in realtà,  l’art. 120 c.p.p. non contenga, e non voglia contenere, alcun effettivo impedimento alla testimonianza dei fanciulli, giacché la previsione normativa si limita a stabilire che i minori degli anni quattordici e gli altri soggetti appartenenti alle categorie ivi specificatamente indicate non possono intervenire come testimoni ad atti del procedimento (quali la ispezione personale, la perquisizione personale e quella locale), così circoscrivendo, ab origine, l’ambito della previsione normativa. 
     Tornando al filone principale della questione che ne occupa, è opportuno evidenziare come la audizione del minore stricto sensu sia consacrata al comma IV dell’art. 498 c.p.p.  “L’esame testimoniale del minorenne è condotto” more antiquo  “dal Presidente su domande e contestazioni proposte dalle parti”. Sarà, quindi, il presidente, o comunque il giudice,  deus ex machina dell’esame de quo; egli deciderà  se avvalersi  o meno di un perito, filtrerà  le domande da porre al piccolo teste e veglierà sulla correttezza dell’esame.
    E’ esplicitamente previsto dalla medesima disposizione normativa che, nello svolgimento dell’esame,   il presidente possa avvalersi dell’ausilio o di un familiare del minore o di un esperto di psicologia infantile, salva la facoltà di consentire che la deposizione abbia luogo nelle forme ordinarie, qualora l’esame diretto non possa nuocere alla serenità del piccolo testimone.   Si assiste, in realtà,  ad una vera e propria inversione del sistema standard dell’esame testimoniale.
    Tuttavia, emerge, ictu oculi,  ad una prima lettura della norma in esame, come essa non tracci, in modo esaustivo,  i confini e le attribuzioni specifiche di tale audizione, così lasciando alla esegesi dei destinatari la sua attuazione concreta. 
    Deve, in merito, peraltro,  evidenziarsi come vengano prese in considerazione dal Legislatore due distinte figure,  molto dissimili tra loro: l’esperto di psicologia ed il familiare del minore.    Sebbene la teleologia dalla previsione normativa scaturisca immediata, essendo volta alla tutela del piccolo testimone, non di altrettanto facile comprensione risulta l’accostamento, quantomeno sui generis, effettuato dal legislatore, tra l’esperto di psicologia infantile ed il familiare del minore. Emerge, infatti, con immediatezza, come i ruoli e le competenze delle precitate figure siano profondamente dissimili e come una audizione effettuata con l’ausilio di un genitore possa essere certamente meno strutturata, più suggestiva, meno distaccata,  e in misura inferiore rispondente alle linee guida individuate a livello nazionale ed internazionale, rispetto a quella realizzata da uno specialista della materia. 
  Ciò nondimeno, il disposto normativo resta vago al riguardo e  non impone esplicitamente al giudice di avvalersi della  collaborazione di un esperto. Non si tratta, quindi, di un obbligo giuridico, bensì di una mera facoltà, attribuita al giudice incaricato del procedimento, il quale dovrà effettuare una valutazione caso per caso.  La precitata  disposizione normativa, al comma 4 bis,  prevede, inoltre, che, qualora vi sia richiesta di parte, ovvero, nel caso in cui il Presidente lo ritenga necessario, si applichino le modalità di assunzione della testimonianza in sede di incidente probatorio, in quanto volte ad assicurare la genuinità della deposizione e l’assenza di turbative per il soggetto esaminando.   Difatti, la acquisizione probatoria si potrà svolgere  presso il Tribunale, attraverso la utilizzazione di uno specchio unidirezionale, ovvero,  in luogo diverso, presso strutture specializzate (a Milano il C.A.F. e il C.B.M. ed a Roma la Neuro infantile) o presso la stessa abitazione del minore.  Le dichiarazioni testimoniali dovranno essere documentate integralmente con mezzi di riproduzione fonografica o audiovisiva.
     Deve essere, altresì, evidenziata la circostanza che qualora si verifichi una indisponibilità di strumenti di riproduzione o di personale tecnico, si provvederà con le forme della perizia, ovvero, della consulenza tecnica.
     In merito, è opportuno, sin d’ora,  sottolineare il particolare valore della riproduzione audiovisiva, giacché essa permette di cogliere particolari di rilievo nella valutazione del fanciullo, come i rossori, i gesti,  le espressioni tristi o allegre, il pianto; componenti che sfuggirebbero  ad una  semplice verbalizzazione. 
     Proseguendo nella disamina dei precetti normativi afferenti alla testimonianza dei minori, occorre soffermarsi con attenzione  sulla previsione dell’art. 499 c.p.p., in particolar modo sul divieto di formulare  quella tipologia di quesiti in cui si dà per esistente, in modo esplicito o come presupposto logico, una circostanza o un evento che non è stato mai riferito dal soggetto esaminato ; le c.d.  “domande suggestive”, già considerate altamente insidiose qualora siano rivolte ad un adulto, divengono ancor più problematiche se formulate nei confronti di un bambino. Ciò nondimeno, deve essere posto in risalto come il codice non statuisca, al riguardo,  alcuno specifico divieto né indicazione per l’esame del minore, oltre alla generica  previsione dell’ art. 499 c.p.p. 
Orbene, va   solo  fugacemente evidenziato, per poi giungere al cuore della fattispecie oggetto di esame, come la testimonianza del minore venga ammessa con ordinanza dal giudice, a norma dell’art. 398 comma 5 bis c.p.p.  Tale provvedimento renderà conoscibili ai destinatari dello stesso il luogo, il tempo e le modalità di svolgimento della audizione.  Si effettuerà, dunque, una valutazione riguardo alla ammissibilità della prova da assumere ed alla sua rilevanza per la decisione dibattimentale,  in relazione alle ipotesi di reato per cui si procede.   Il giudice incaricato del procedimento  potrà conferire  incarico peritale ai fini di accertare la capacità a testimoniare del minore, vittima o esecutore del reato e, all’esito dell’espletamento della perizia psicologica de qua,  valuterà se procedere o meno all’esame. Tale perizia consta, generalmente, di due fasi, una prima di colloquio ed una seconda  di somministrazione di test. L’ultima parola verrà, comunque, riservata all’organo giudicante - peritus peritorum-,  il quale, in ogni caso,  non sarà tenuto ad ottemperare alla valutazione dell’ esperto. 
 La ammissione della testimonianza da parte del giudice incaricato del procedimento schiude le porte  al momento clou della questione che ne occupa, ovvero, alla audizione protetta, momento acquisitivo della prova testimoniale.
Tale esame del minore è oggetto di statuizione da parte di varie leggi; in particolare,  al riguardo, deve essere fatto  riferimento alle  n. 66 del 1996 e n. 269 del 1998, tutte enunciatrici di principi chiave apportatori di sostanziali modifiche alla previdente normativa. In primis, va evidenziata la possibilità di assumere la prova in maniera incidentale, cosicché durante la fase delle indagini preliminari e nel corso della udienza preliminare possa svolgersi una audizione del minore fornita di tutte le cautele necessarie ad evitare che il confronto con l’imputato venga a ledere la serenità del fanciullo. Inoltre, giova evidenziare  come il ricorso alla procedura incidentale, nel caso di specie, resti svincolata dalle condizioni di inviolabilità o inquinamento probatorio, potendo tale procedura essere richiesta anche al di fuori  delle circostanze delineate per la testimonianza comune, ex art. 392 lett. a) e b) c.p.p.  Attraverso la legge 269/98 è stata, altresì, introdotta una importante modifica all’art. 498 c.p.p., ai fini di consentire, anche in sede di esame dibattimentale, le particolari modalità della audizione protetta già previste per l’incidente probatorio.
Non può essere del tutto pretermessa, inoltre, una interessante peculiarità, ovvero, la discovery totale degli atti di indagine antecedentemente allo svolgimento della udienza di ammissione della prova testimoniale.  Ciò si evince con chiarezza dalla compulsazione del combinato disposto dell’art. 393 comma  2 bis c.p.p. e dell’art. 398 comma 3 bis c.p.p. Detta diversificazione rispetto alla normale disciplina, che prevede una discovery parziale relativa unicamente alle dichiarazioni già rese dall’esaminando, è dovuta alla modifica dell’art. 190 bis c.p.p., comportando tale trasformazione che alle parti possa essere negato, su discrezionale valutazione del Giudice, un secondo esame, in dibattimento, del minore.
       Se non fosse concessa la discovery totale  verrebbe, quindi, ad essere compresso il diritto costituzionalmente garantito al contraddittorio tra le parti (art. 111 Cost.).        Tale norma, però, è stata oggetto di aspra critica, soprattutto in quanto essa potrebbe essere  strumentalizzata da parte della persona sottoposta alle indagini, ai fini di prendere cognizione di tutti gli atti di indagine del Pubblico Ministero. 
     Tuttavia, detta problematica ha trovato bonaria soluzione in una interpretazione “letterale” della norma in esame, essendosi ritenuto che l’obbligo di deposito della totalità degli atti di indagine compiuti sussista solo nel caso in cui sia il Pubblico Ministero a richiedere l’incidente probatorio per assumere la testimonianza del minore.      
Altresì, occorre porre in risalto due ulteriori importanti punti della precitata legge, ovvero, la assistenza del minore nel processo e la tutela della sua riservatezza; questo secondo aspetto comporta sia  il divieto di diffusione di dati, che la imposizione di un dibattimento sempre a porte chiuse, ex art. 472 c.p.p., qualora la parte offesa sia minorenne.
   Sarà, in fine, il giudice, secondo il proprio legittimo convincimento,  ad effettuare l’ultima e più rilevante verifica, ovvero riguardo la attendibilità della prova, ex at. 192 c.p.p., dando conto “nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati”.
    Detto obbligo deve essere oggetto di considerazione,  pur non concernendo specificatamente il momento della acquisizione probatoria,  in quanto esso potrebbe rappresentare una delle chiavi di volta essenziali per risolvere le problematiche afferenti alla testimonianza del minore.
   Si ritiene, infatti,  di assoluta necessità focalizzare alcuni criteri di fondo a cui poter  fare sempre valido riferimento in ambito di testimonianza di minore;  tale inderogabile esigenza di presupposti chiari e conoscibili, collegata indissolubilmente con l’obbligo di motivazione, eviterà che il libero convincimento del Giudice trasmodi in arbitrio ; d’altronde la teleologia  stessa della giurisdizione, la cui essenza è quella di costituire una attività razionalmente configurata, deve basarsi su criteri di valutazione precisi e riconoscibili.


3. Orientamenti dottrinali.  Numerosi sono stati nell’ultimo ventennio i contributi della dottrina in tema di acquisizione della testimonianza del minore.             Occorre, sin d’ora, evidenziare come si sia pervenuti costantemente alla conclusione che  i risultati delle audizioni protette sono strettamente legati alle modalità di assunzione della testimonianza.
    Si ritiene, in merito,   opportuno evidenziare come il minore, soprattutto se in età prescolare , non tenda alla menzogna.  Il fanciullo in tenera età non è dotato, infatti,  dei costrutti cognitivi adeguati per ordire una trama ingannevole priva di contraddizioni. Per alterare la verità, infatti,  il minore necessiterebbe di discreta  competenza logico-linguistica, di riflessione immediata, al fine di rendere concordi le proprie dichiarazioni con le aspettative del destinatario, e di particolare controllo emotivo, assolutamente mancante nel minore in età prescolare.  
    Il mendacio nelle affermazioni del fanciullo, testimone o vittima di un delitto, potrà, quindi,  unicamente derivare da una modalità errata, ovvero, poco corretta di far emergere il ricordo. 
    Giova  rimarcare, in merito, come la testimonianza del fanciullo risulti maggiormente attendibile qualora la audizione sia attuata attraverso modalità corrette, cioè idonee al tipo di informazione che il minore può riferire, al tipo di approccio, ed al linguaggio utilizzato.
E’ interessante, al riguardo,  sottolineare come la  prima sperimentazione italiana della audizione protetta si sia svolta  presso la IV sezione del Tribunale di Milano. In tale procedimento, a dire il vero,  si sono realizzate più audizioni, una attraverso le modalità standard e l’altra attraverso le modalità protette. Significativi sono stati i risultati delle differenti tipologie di ascolto del minore! Difatti, nel primo caso, la minore, sentita attraverso le modalità standard, è scoppiata immediatamente in lacrime, mentre, nel secondo caso, l’interrogatorio ha prodotto ottimi risultati.  Invero, presso il tribunale di Milano la audizione protetta è stata adottata,  a partire dal 1993, vale a dire precedentemente alla entrata in vigore della legge sulla violenza sessuale; ciò sulla base del combinato disposto degli artt. 498 e 502 c.p.p. E’ stato, infatti,  ricondotto alle ipotesi di legittimo impedimento anche il danno alla salute, garantito costituzionalmente ex art. art. 32,  che il minore avrebbe potuto patire a cagione del trauma generato dallo partecipazione ad  una audizione standard.
Occorre, al riguardo, evidenziare la circostanza che i più recenti ed accreditati  orientamenti dottrinali, concernenti lo svolgimento della audizione del fanciullo, conducono a tre modelli di esecuzione della audizione:  intervista cognitiva,  intervista strutturata ed  intervista graduale. Tali metodologie di mise en ouvre dell’interrogatorio del minore permettono, difatti, di rievocare gli eventi in modo corretto e progressivo, riducendo al minimo le occasioni di influenzabilità.
    Premesso che il minore non è un soggetto del tutto padrone dei propri processi cognitivi, la testimonianza dello stesso può subire variazioni a seconda della personalità dell’interrogante. Colui che effettuerà  la audizione protetta dovrà, quindi, atteggiarsi in modo del tutto “neutro” di fronte al piccolo testimone, come un foglio bianco, pronto a ricevere ogni eventuale dichiarazione.
         E’ doveroso, fugacemente, sottolineare come la intervista cognitiva, ideata nei primi anni ottanta da Geiselman e da Fischer,  al fine di prestare aiuto alla polizia, nella maggior parte dei casi  impreparata ad affrontare un corretto interrogatorio dei testimoni, si proponga due fondamentali scopi, in primis, di evitare qualsiasi danneggiamento del ricordo ed, altresì, di aiutare il testimone a recuperare il maggior numero di informazioni possibili.
     Occorre, dapprima, osservare con attenzione come  tale intervista si fondi su quattro tecniche cognitive:
-1. La ricostruzione dell’ambiente e dello stato psicologico vissuto dal testimone al momento dell’evento. (Quindi, si chiede al testimone di rievocare mentalmente il momento dell’evento criminoso). 
 -2. La richiesta fatta al testimone di richiamare alla mente qualsiasi dettaglio utile alla ricostruzione del fatto.
 -3. La rievocazione libera dell’evento da differenti punti di partenza.
 -4. La proposta fatta al testimone di raccontare il fatto, modificandone la prospettiva (ad esempio procedendo nella esposizione a ritroso).
Le fasi della intervista cognitiva, applicata ad un minore,  si possono così, brevemente, compendiare: nella prima fase l’intervistatore dovrà creare un rapporto con l’esaminando e chiedergli di riferire tutto ciò che ricorda. Se quest’ ultimo non serba memoria dei fatti deve essere avvisato che potrà dire con tranquillità “non ricordo”; Occorre, inoltre,  rendere edotto il fanciullo sullo scopo della intervista.
La seconda fase è quella  del racconto libero. Essenzialmente, essa si compone di due momenti, il primo, è la rievocazione del contesto dell’evento, il secondo è la narrazione di quanto avvenuto, senza schemi predefiniti.
Durante la terza fase l’esperto incaricato procede alla formulazione dei quesiti  al fanciullo. All’interno di questa  fase centrale,  particolarmente complessa e delicata, possono individuarsi delle micro-fasi.  In un primo momento,  il minore deve essere informato dei suoi diritti, seguendo specifici accorgimenti.
E’, in ogni caso,  opportuno indicare al bambino di rispondere basandosi unicamente su ciò che ricorda, senza aggiungere o inventare nulla. In particolare,  deve essere fatto presente al minore che potrà, serenamente,  rispondere dicendo “non so e/o  non mi ricordo”, qualora non avesse memoria degli eventi.
Giova, inoltre, rassicurare il piccolo testimone che se non comprende una domanda può chiedere spiegazioni a colui che lo interroga. Il minore deve essere, inoltre, informato che se alcune domande fossero enunciate più di una volta, ciò non sarebbe indice di errore della  risposta da lui formulata.
In conclusione di tale fase,  si chiederà al minore di richiamare alla mente immagini specifiche, ovvero, aspetti particolari della scena del crimine.
    Durante la quarta, nonché ultima,  fase si proporrà al piccolo teste di effettuare un cambio di prospettiva e di raccontare in ordine diverso l’accaduto.   
Tale tipologia di intervista risponde perfettamente alle esigenze che emergono nell’interrogatorio con i minori in genere. Tuttavia, occorre, in merito,  rilevare come essa non possa ritenersi pienamente confacente alla categoria di minori in esame, ovvero, il fanciullo in età prescolare, giacché difficilmente il bambino, in questa tenera età, riuscirà  ad utilizzare in maniera efficace le tecniche immaginative, proprie della intervista de qua, soprattutto in relazione alla quarta fase sopra-evidenziata, ovvero, il cambio di prospettiva.
 Maggiormente adatta al minore in età prescolare risulta, di certo, la intervista strutturata  che, pur essendo meno attenta ai dettagli, è più semplice da utilizzare e richiede minor tempo.   Anche questa tipologia di intervista è composta di fasi del tutto simili a quelle che attengono alla intervista  cognitiva, tranne che per alcuni specifici aspetti.
   In primis, riguardo alle diversità tra le precitate tipologie di interviste, è opportuno evidenziare che nella intervista strutturata risultano del tutto mancanti alcune caratteristiche, ovvero, la fase della ricostruzione mentale del luogo ove è stato commesso il reato ed, inoltre, la narrazione fondata su una diversa prospettiva. 
    D’altronde, deve essere oggetto di attenta considerazione come la intervista  strutturata, non utilizzando  tecniche cognitive per il recupero della informazione, tipiche della intervista cognitiva,  richieda, invece, al testimone una seconda narrazione  libera dell’evento.
     Da studi ancor più recenti è stato delineato  un tertium genus di intervista, ovvero la intervista graduale, teleologicamente volta a venire incontro alle specifiche esigenze del minore sottoposto ad interrogatorio. La cosiddetta Step-Wise Interview, elaborata da Yuille, combina, difatti, la conoscenza più aggiornata di psicologia evolutiva con l’ utilizzazione di  tecniche di memoria.
   Le regole principali da seguire nella intervista de qua sono:
1. creare un rapporto con il minore.
2. effettuare una analisi dell’esaminando fondata sui racconti del medesimo, per valutarne  la capacità mnemonica, rievocativa e di attitudine al vero.
3. il bambino dovrà effettuare, quindi, una descrizione libera dell’evento. In merito, è opportuno evidenziare che si parla di audizione protetta proprio in virtù del fatto che il minore andrà ascoltato non propriamente esaminato. 
4. i quesiti che verranno, poi, formulati dall’esperto al piccolo testimone dovranno essere, ab origine,  generici e solo nella seconda parte dell’incontro potranno essere  oggetto di  specificazione.
5. l’ audizione dovrà concludersi chiedendo al minore se ha altro da riferire.
   Il dato che va, in ultimo, evidenziato  è che tutte le precitate interviste, finalisticamente volte ad ottenere  un risultato  comune, ovvero,  un interrogatorio più veritiero ed accurato possibile, scevro di contraddizioni e falsi ricordi, risultano essere sensibilmente più efficaci rispetto alle interviste standard!
     Occorre sottolineare, in merito, come il pericolo di errori metodologici nella audizione di un minore sia riconducibile,  a delle mancanze che possono essere, quindi,  facilmente corrette, seguendo alcune regole di ordine generale, peraltro, in parte,  consacrate nelle linee guida afferenti alla  audizione protetta, di cui  si dirà in seguito.
     In primis,  va ribadito che non dovrebbe essere utilizzato alcun condizionamento né verbale né gestuale nei confronti del minore,  giacché gli atteggiamenti induttivi possono seriamente compromettere la accuratezza del racconto di un bambino di età prescolare, quindi,  inferiore ai quattro anni.  
   Altresì, dovrebbero essere assolutamente evitate tecniche che determinino una elevata pressione sociale sul minore e che prospettino al medesimo  ricompense, oppure penalità (“se ci indichi il tuo aggressore tra poco ti faremo andare a casa”). 
   La acquisizione probatoria  risulta, quindi, il cuore della disciplina afferente alla testimonianza del minore ed il corretto svolgimento di tale momento, in cui le teorie della psicologia forense e della dottrina processual-penalistica si toccano,  è essenziale per non incorrere in errori, che potrebbero riverberare  i loro effetti sia a scapito dell’andamento del  processo che della salute psicologica del minore medesimo.

4. Lo stato della giurisprudenza.    Nel mare magnum della produzione giurisprudenziale afferente alla testimonianza del minore occorre porre in risalto dei concetti guida, soprattutto al fine di esorcizzare possibili  errori metodologici. Deve essere, difatti, evidenziato come spesso la giurisprudenza si sia distaccata  dalla dottrina, prendendo strade, a dir poco, perigliose. Un segno evidente di questo allontanamento  è la interpretazione, quanto meno sui generis, che è stata di recente data dalla giurisprudenza  riguardo alla “testimonianza de relato”, di cui si dirà in prosieguo, e di altre tematiche di rilievo riguardanti la testimonianza del fanciullo, con cui si è caduti in vere e proprie misinterpretazioni esegetiche.
      Ciò che si vuole ribadire, prima di passare ad una compulsazione dei capisaldi giurisprudenziali in tema di acquisizione probatoria, è la necessità, in seno all’ordinamento giuridico attuale, di riaffermare il primato della dottrina sulla giurisprudenza, del magistero sulla prassi giuridica.
Solo tale imprescindibile conditio sine qua non garantirà, infatti, una valutazione scientifica, scevra di preconcetti, che potrà, di volta in volta,  applicarsi correttamente ai casi concreti.
      Sulla scorta di tale premessa, occorre evidenziare come giurisprudenza e dottrina siano concordi nell’affermare che non sussistano limiti, nel nostro ordinamento processuale, alla capacità a testimoniare, ragionando in un ottica di non dispersione del materiale probatorio; la testimonianza del minore, quindi, anche se in età prescolare, è -e deve essere-   valutata  come  pienamente attendibile (Cass. Pen., Sez. III, 1958, Cass. Pen. Sez. III, 1967, Cass. Pen. n. 12027 del 1999, Cass. Pen. III Sez., 25 maggio 2001). 
     Tuttavia,  in recenti provvedimenti giurisprudenziali di legittimità e di merito,  si è assistito ad una  inesatta valutazione della deposizione del fanciullo, a cagione di errori vertenti su concetti-base.
    Occorre, in primis,  prendere atto della assoluta misinterpretazione della disciplina della testimonianza e dello svilimento della stessa al rango di una semiplaena probatio! Recenti orientamenti  giurisprudenziali hanno,  difatti,  tenuto in non cale la circostanza che la testimonianza del minore, in mancanza di elementi di fatto dimostrativi di inattendibilità, vale prova piena! Tale incontrovertibile principio, spesso  assolutamente pretermesso da parte della giurisprudenza, dovrebbe, al contrario, essere il fondamento imprescindibile  ai fini di compiere una corretta valutazione della deposizione del minore.
   Occorre, al riguardo, evidenziare come nella prassi giudiziaria,  si sia tentato  di individuare dei riscontri esterni alla testimonianza.  Si deve, in merito, focalizzare l’attenzione sulla circostanza  che il thema probandum è la veridicità dei fatti, e, che quindi, la falsità di quanto narrato dall’esaminando può dipendere unicamente da altri fatti e non dalla mancanza di riscontri.  La testimonianza non ha bisogno di  riscontri!
Ragionare in altro senso vorrebbe dire parificare, incomprensibilmente,  la testimonianza del minore a quella del chiamante in correità “...dire che la testimonianza di un bambino non potrebbe mai assurgere alla dignità di prova autonoma, necessitando essa di un riscontro esterno dotato di efficacia probatoria indipendente delle dichiarazioni del teste minore ..è modo di procedere che non ha alcuna cittadinanza nel nostro ordinamento processuale, dove fin dai tempi del Codice Rocco, non esistono per i minori limitazioni generali ed astratte di sorta in ordine alla capacità a testimoniare ovvero alla efficacia probatoria delle loro dichiarazioni...”.  Giova  evidenziare la valutazione effettuata, al riguardo,  dalla III sezione della suprema corte, la quale censurando i contenuti  della sentenza emessa dalla corte di appello di Brescia, sottolinea che “...la testimonianza di persona minore deve essere valutata dal giudice nel doppio profilo delle sue capacità di deporre – intesa quale attitudine psicofisica, rapportata alla età, a memorizzare gli eventi e a riferirne  - e alla veridicità del racconto. Ciò non implica per altro che,  una volta positivamente valutata sotto entrambi i profili, detta testimonianza  anche quando provenga dalla persona offesa dal reato, non possa da sola integrare la  prova  del fatto narrato, dovendosi in particolare escludere la necessità del concorso di elementi utili a rafforzare il convincimento del giudice…”( Cass. Pen., Sez. III, 11.07.2003).
   E’ fuor di dubbio, infatti, che le dichiarazioni dei minori, come d’altronde quelle di ogni testimone, possano rivelarsi non veridiche. Tuttavia, tale non veridicità non può essere imputata  alla mancanza di riscontri; essa deve, al contrario, discendere dalla confliggenza con il complesso delle altre prove “…quando, nell’ambito complessivo delle risultanze processuali, quelle dichiarazioni non possono dirsi vere senza infirmare nel contempo tutte le altre prove…”. 
    Un ulteriore abbaglio degno di considerazione, ravvisabile, di sovente,  nei recenti provvedimenti giurisprudenziali è il definire la testimonianza dei genitori dei minori, parti offese nel procedimento penale, testimonianze de relato. Va posto in risalto, a contrario, come, qualora i precitati soggetti abbiano avuto una immediata cognizione dei fatti di causa, essendo stati diretti depositari delle confidenze dei loro figli, non si possa parlare di testimonianza indiretta.  Il legislatore  definisce, infatti,  come “indiretta” la dichiarazione di quel teste che si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone. 
    Ed ancora più grave è da considerarsi l’errore metodologico, compiuto da parte della giurisprudenza di merito e finanche di legittimità, nel definire  teste de relato  il genitore, il quale  percepisce –direttamente- dei segni di abuso (anite rossa, segni di punture, arrossamenti, etc)  sui corpi dei propri figlioletti, giacché, in tal caso, emerge, con evidenza, come si tratti di un esempio classico di testimonianza “diretta”.
Ulteriori interpretazioni fuorvianti sono state, altresì,  poste in essere  sul concetto di attendibilità del minore; al riguardo, il maggioritario orientamento giurisprudenziale ha ritenuto che “...la valutazione del contenuto della dichiarazione del minore parte offesa in materia di reati sessuali, in considerazione delle complesse implicazioni che la materia stessa comporta, deve contenere un esame della attitudine psicofisica del teste ad esporre le vicende  in modo utile ed esatto; della sua posizione psicologica rispetto al contesto delle situazioni interne ed esterne. Proficuo è l’ uso della indagine psicologica che concerne due aspetti fondamentali: l’attitudine del bambino, sotto il profilo intellettivo ed affettivo, e la sua credibilità. Il primo consiste nell’ accertamento delle sue capacità a recepire le informazioni, di raccordarle con altre, di esprimerle in una visione complessa, da considerare in relazione alla età, alle condizioni emozionali che regolano le sue reazioni con il mondo esterno, alla qualità ed alla natura dei  rapporti familiari. Il secondo - da tenere distinto dall’attendibilità della prova rientra nei compiti esclusivi del giudice – è diretto ad esaminare il modo in cui la giovane vittima ha vissuto e rielaborato la vicenda in maniera da selezionare sincerità, travisamento dei fatti e menzogna...”. 
    Due sono, quindi, gli aspetti pregnanti ai fini della valutazione della dichiarazione del minore: la attitudine dell’esaminando alla testimonianza e la sua credibilità. Il primo dato, tuttavia, dovrebbe, a parere di chi scrive, essere sempre acquisito, ab origine,  attraverso la realizzazione della perizia, così evitando di complicare ed appesantire, con considerazioni riguardanti prettamente l’aspetto psicologico del minore, la valutazione vera e propria. Il secondo aspetto attiene, invece,  alla credibilità e, quindi,  all’esame del vero. 
 Ulteriore misinterpretazione esegetica, posta in essere da recenti orientamenti giurisprudenziali, si concreta  nel considerare non valevoli le testimonianze dei minori, in ragione della formulazione di domande in maniera suggestiva o del mancato rispetto delle indicazioni palesate nei recenti protocolli scientifici. Quanto sopra appare assolutamente inconcepibile; tale orientamento giurisprudenziale conduce, infatti,  alla conclusione aberrante di ritenere che, abbattendo il contenente, per presupposti errori  di metodo, dovrebbero ritenersi abbattuti anche i contenuti. Non può ritenersi, infatti, che le dichiarazioni dei minori siano false o non valevoli a cagione delle modalità attraverso le quali si è pervenuti alle testimonianze.
Occorre riaffermare, in merito, il principio basilare che la testimonianza è prova; non è neppure ipotizzabile che, stanti presunte suggestioni o altro, si ritengano inattendibili, o peggio non utilizzabili, le dichiarazioni dei minori.
 In particolare, per quanto attiene al precipuo momento di  acquisizione della testimonianza del minore, deve essere evidenziato come spesso la giurisprudenza di merito e di legittimità  abbia utilizzato come fermo punto di riferimento i suggerimenti contenuti nei Protocolli di Noto e di Venezia. Tuttavia, in merito, occorre ribadire  come tali documenti, di particolare rilievo per quanto concerne le modalità dell’incontro con il minore, non debbano e non possano essere utilizzati come parametro di valutazione per la attendibilità delle dichiarazioni dello stesso.
Si deve rimarcare, in merito, quanto precedentemente affermato; il mancato rispetto dei suggerimenti contenuti nelle linee guida “autoctone” non comporta la inattendibilità delle dichiarazioni del minore né, tanto meno, la loro inutilizzabilità.   
In tal senso, vanno evidenziate le recenti sentenze n. 42984/2007 e n. 20568/2008.  Tali provvedimenti mettono, difatti,  in luce,  la circostanza che i principi posti, in tema di esame testimoniale dei minori, dai Protocolli di indirizzo scientifico, lungi da avere valore normativo, si risolvono in meri suggerimenti  volti a garantire, principalmente,  la protezione psicologica dello stesso minore.
E’ fur di dubbio che la testimonianza del minore, anche se assunta  con modalità ritenute contrastanti con detti principi, non possa essere, in ogni caso,  svilita o peggio posta nel nulla! 


5. Spunti comparatistici.  Esperienze internazionali e interne.
Dopo aver brevemente tratteggiato alcune  delle incongruenze riguardanti i recenti  orientamenti giurisprudenziali, risulta opportuno  osservare, seppur succintamente, in un ottica di comparazione, come molte delle precitate tematiche afferenti alla testimonianza del minore siano state affrontate dagli  ordinamenti stranieri o perlomeno da alcuni di essi.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito al proliferare di sistemi giudiziari tendenti alla tutela ed alla garanzia del minore, sia in Europa che oltreoceano; in diversi paesi sono stati creati codici di condotta ad hoc, basati su raccomandazioni di società scientifiche,  ai fini di raccogliere le dichiarazioni dei testimoni di minore età nel modo più corretto possibile, così da evitare  o comunque minimizzare il rischio di falsi ricordi e di traumi. 
    Tuttavia, su determinati argomenti sussiste ancora profonda discordanza, dovuta a diversi modi di intendere l’incontro con il minore e la testimonianza dello stesso. 
     Giova evidenziare, sin d’ora,  come numerosi elementi utilizzati nella audizioni protette in Europa derivino da ascendenze di oltreoceano; ci si riferisce, ad esempio, alla utilizzazione delle telecamere a circuito chiuso, impiegate per la prima volta in America nel 1983.
      L’iter della audizione  del minore negli Stati Uniti è quasi completamente speculare a quello in Europa.  Tuttavia, sussistono delle diversità, che è opportuno porre brevemente in evidenza.
      In primis, occorre indicare come oltreoceano la tutela dei diritti dell’accusato, sancita del VI emendamento, sia, in qualche modo, privilegiata, rispetto alla tutela della  condizione psicofisica del minore.    La limitazione dei diritti dell’imputato è, infatti,   tollerata solo nel caso in cui ciò risulti assolutamente imprescindibile.
    La antinomia  sussistente tra il sesto emendamento, che sancisce il diritto dell’imputato di confrontarsi con il proprio accusatore, e le procedure di garanzia tese ad evitare che il fanciullo si trovi dinanzi il proprio aguzzino, si risolve, infatti, in favore dell’accusato.  Ed ancora, va evidenziato come in America il minore sia assistito  nella stanza ove avverrà la audizione protetta dal proprio legale di fiducia. Nella vicina aula di udienza siederanno il giudice, l’avvocato della difesa, l’accusato e, se concesso, il pubblico. Le due stanze  saranno collegate da un sistema di telecamere; tale circuit television potrà essere ad unico  o  doppio collegamento, a seconda che vi sia la possibilità o meno  di vedere ciò che accade nell’aula di udienza.
  Anche in Inghilterra la procedura della audizione protetta risulta quasi del tutto similare a quella italiana. La testimonianza del minore è sempre ammissibile, senza alcun limite in relazione alla età, semprechè il minore sia in grado di comunicare in modo chiaro con l’organo giudiziario.  Il Criminal Justice Act, inoltre,  ammette, per reati di violenze sessuali compiuti in danno di minori, la utilizzazione probatoria delle registrazioni video delle audizioni del piccolo testimone. Va, tuttavia, rilevato come  la Corte possa rifiutare tale videoregistrazione, completamente o in parte, qualora essa risulti “contraria agli interessi di giustizia”.
    È opportuno, altresì, sottolineare come l’imputato disponga della facoltà di chiedere la audizione diretta del minore; in tal caso per effettuare l’esame de quo potranno essere utilizzate televisioni a circuito chiuso (Closed circuit television).  
    In alcuni Paesi degli Stati Uniti, tuttavia, alcune delle   regole  generali sopraesposte subiscono delle modificazioni, come ad esempio in Texas, ove gli avvocati di entrambe le parti si trovano nella stanza assieme al minore, ovvero, in Alabama e in Georgia, ove l’imputato viene collocato nella stessa stanza della vittima.      
     Si deve, altresì, far cenno alla prassi, oramai diffusa nei paesi di  Common Law, in particolare presso le Corti britanniche, dell’ utilizzo per lo svolgimento della audizione del minore delle cosiddette anatomically correct dolls.
   Sul punto, va, preliminarmente,  evidenziato come non si sia, ancora,  raggiunto  un accordo su quali siano le tecniche maggiormente corrette da utilizzare per scandagliare nella memoria del minore, nella maniera meno traumatica possibile.
     In Italia le metodologie maggiormente diffuse ed accreditate sono i test di intelligenza WPPSI, le favole di Duess, i disegni tematici come l’albero di Koch e la figura umana di K. Machover, utilizzate soprattutto in ambito di accertamento peritale. Queste ultime metodologie sono definite proiettive, in quanto il soggetto proietta se stesso nelle raffigurazioni grafiche, rivelando in questo modo anche quegli aspetti della sua personalità di cui egli stesso non è consapevole. 
   Non si è verificata, a tutt’ oggi, la sperimentazione avvenuta nei paesi di Common Law delle bambole provviste di dettagli anatomici. Si ritiene, tuttavia, che la introduzione di tale tecnica sarebbe auspicabile, in particolar modo per i minori in età prescolare, al fine di facilitarli nella esposizione degli eventi.  Tale procedura si concreta nel dare al minore due bambole sessuate, maschio e femmina, chiedendogli di mostrare la dinamica degli eventi. Alle prime applicazioni pratiche tali bambole si sono mostrate  mancanti di alcune caratteristiche, come la maneggevolezza, la apertura anale ed orale, peli pubici, le espressioni facciali gradevoli o sgradevoli, le dita delle mani separate; oggi esse sono dei perfetti prototipi.
      E’ opportuno evidenziare, in merito,  come tali prototipi, alla loro prima utilizzazione in udienza siano state oggetto di feroce critica, venendo definiti addirittura colpevoli di condotta non etica ed oltraggiosa. Nonostante gli aspri giudizi loro rivolti, le anatomic dolls  hanno, sicuramente, sortito degli effetti favorevoli nella audizioni protette sia in America che in Inghilterra.
    Esse possiedono, infatti, varie ed importanti funzioni; innanzitutto, pongono il minore a proprio agio e, inoltre, possono costituire per il piccolo testimone un  elemento di conforto; il bambino sarà, così,  facilitato nell’esprimere e ricostruire l’evento delittuoso, potendo, piuttosto che dire,  “mostrare” con le bambole ciò che è accaduto.
    Le citate bambole sono state, inoltre, utilizzate come test diagnostico.   Giova evidenziare come attraverso siffatti test si sia pervenuti alla conclusione che  i minori vittime di abuso sessuale interagiscono con le bambole anatomiche in maniera significativamente diversa dai minori non abusati.


Non è questa, poi, la sede per analizzare in modo approfondito tutte le Convenzioni che riguardano la tutela del minore nell’ambito del sistema europeo. Pur tuttavia, non si può prescindere dal riferimento, seppur fugace, ai principi chiave sanciti nelle Convenzioni di Ginevra, nelle cosiddette Regole di Pechino e nelle Convenzioni di New York e di Strasburgo , rappresentando esse il fondamento della tutela del minore a livello internazionale.
Giova, difatti, evidenziare come le dichiarazioni internazionali, pur non essendo immediatamente esecutive, permettano agli Stati l’orientamento nella attività legislativa e mettano in evidenza problematiche diffuse a livello sopranazionale e nazionale.
Già la Convenzione di Ginevra nel 1924, individua come diritti fondamentali del minore autonomia, tutela ed educazione; tale volontà di protezione del minore viene rafforzata sessanta anni più tardi dalle c.d. Regole di Pechino  che pongono in evidenza la pregnante necessità di tutela del minore coinvolto in dinamiche processuali.
La Convenzione delle Nazioni Unite  sui diritti del fanciullo  del 1989, comunemente detta Convenzione di New York, procedendo nella direzione tracciata dalle precedenti, mira principalmente alla tutela, ovvero, alla protezione del minore, mentre, il fondamentale intento della Convenzione di Strasburgo  è la promozione dei diritti del medesimo. Quest’ ultimo documento è, difatti, teleologicamente volto all’ampliamento delle capacità dei minori di agire in giudizio (diritto di essere  consultato, diritto di esprimere la propria opinione, di essere informato etc). Ma, la parte di tale Convenzione che si ritiene essere di maggiore interesse è quella dove vengono evidenziati i doveri del giudice e la necessità di procedure che assicurino la rapida esecuzione delle decisioni da parte della Autorità giudiziaria. E’ posta, altresì, in risalto, all’interno del documento de quo, la necessità di affidare all’Organo giudicante  sia il potere di adottare provvedimenti immediatamente esecutivi per il minore che quello di  procedere di ufficio in casi di assoluta necessità.
Deve, inoltre, essere oggetto di specifica considerazione la introduzione, attraverso tale Convenzione, completamente o quasi completamente pretermessa nella prassi giudiziaria, di un “garante dei diritti del fanciullo”. L’inserimento di detta figura professionale potrebbe risultare, infatti, di potenziale  importanza ai fini della concreta  tutela del minore nei procedimenti giudiziari. Tale organo avrebbe una duplice funzione di promozione generale della condizione giuridica e sociale del minore e di promozione specifica, attraverso la informazione ed il  sostegno. La Convenzione de qua prevede, infatti, un ruolo attivo del garante dei diritti del fanciullo nel campo della promozione culturale, dell’intervento attraverso consultazioni e pareri nei percorsi legislativi  e nell’attività di consulenza ed informazione.
Giova sottolineare, al riguardo, come in Italia solamente le regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche,  Lazio e Campania abbiano istituito tale importante figura di patrocinatore dei minori, ovvero, un pubblico garante dei diritti della infanzia e della adolescenza.  
In  relazione, poi, ai protocolli italiani per l’ascolto del minore, è il caso di sottolineare  come gli stessi  trovino  collocazione al di là del confine che divide, e deve dividere, la psicologia forense dal diritto processuale penale.
È opportuno, a tal proposito,  evidenziare come ogni protocollo abbia una precipua funzione afferente all’ascolto del minore:  la Carta di Noto,  traccia le linee guida deontologiche per lo psicologo giuridico ed i criteri cui dovrebbero attenersi gli esperti che trattano casi di abusi sessuali sui minori; il Protocollo di Venezia,  si compone di due parti, la prima contiene  dodici articoli che riassumono le linee guida  a cui gli esperti dovrebbero attenersi, la seconda fornisce indirizzi metologici, in particolare,  per lo svolgimento dell’incontro con minori coinvolti in abusi collettivi;    La Carta di Treviso sancisce i limiti invalicabili dell’etica professionale dei giornalisti,  tutelando la privacy dei minori, coinvolti in processi mediatici; Le linee guida di  SIMPIA, fissano gli indirizzi per l’esperto nel percorso di diagnosi e di trattamento dei minori abusati.
      Emerge ictu oculi,  ad una prima compulsazione dei precitati   documenti,  come  essi tratteggino dei suggerimenti volti a garantire protezione al minore ed, al contempo, a raccogliere le dichiarazioni del medesimo, minimizzando il rischio di falsi ricordi e di traumi.
   In primis,  si ritiene necessario soffermare la attenzione sulla Carta di Noto e sul Protocollo di Venezia, essendo essi considerati costanti punti di riferimento per il corretto svolgimento della audizione del minore. 
   La Carta di Noto, stilata nel 2001 (aggiornata il 7 luglio 2002) da esperti di psicologia infantile, magistrati ed avvocati, si compone di 13 articoli. Tale documentazione, in primis, suggerisce di affidare la consulenza e la perizia a professionisti con formazione specifica, che adottino metodi accreditati dalla comunità scientifica; inoltre, pone in luce  la necessità di dare in consegna i minori ad esperti capaci che utilizzino tecniche di indagine valide e sicure. La Suprema Corte, al riguardo, in una recente pronuncia ha affermato che “...nel valutare i risultati di una perizia, il giudice deve verificare la stessa validità scientifica dei criteri e dei modi di indagine utilizzati dal perito..”.
   Inoltre, è opportuno evidenziare la previsione dell’art. 2 della Carta de qua, che  pone in evidenza come l’accertamento dei fatti per cui si procede spetti esclusivamente alla Autorità giudiziaria, così delineando i limiti invalicabili dell’attività dell’esperto. D’altronde,  il diritto processuale penale e la psicologia giuridica  oltre ad essere fondati su presupposti e conoscenze differenti, sono animati da una diversa teleologia. Il diritto ruota attorno ai fatti, la psicologia attorno all’individuo; il diritto tende alla  acquisizione di prove certe, la psicologia è teleologicamente volta alla conoscenza della condotta umana;  condotta che include i processi mentali, quali la intelligenza, la memoria, la percezione e le esperienze interiori, quali i sentimenti, le aspettative, che siano esse consce o inconsce. 
     Le linee guida oggetto di esame raccomandano, inoltre, di effettuare una previa valutazione sulla memoria del fanciullo, il suo grado di maturazione  linguistica  ed il contesto in cui sono emerse le prime enunciazioni degli eventi.
     Le dichiarazioni dei minori dovrebbero, poi,  essere sempre videoregistrate, o quanto meno audioregistrate, e qualora il minore sia stato sottoposto a test psicologici, i protocolli e gli esiti della somministrazione  di tali test devono essere prodotti integralmente ed in originale.  Tale indicazione della Carta di Noto  trova consacrazione normativa all’art. 398 comma 5 bis c.p.p., il quale prevede che l’audizione del minore, in sede di incidente probatorio, debba essere integralmente documentata attraverso mezzi di riproduzione fotografica o audiovisiva. Va, pur tuttavia,  evidenziato, al riguardo, come le due modalità non siano equipollenti. Le audioregistrazioni non sembrano, infatti, adatte per consentire il controllo della gestualità del minore. Molteplici sono, par contre, i vantaggi della videoregistrazione; in primis, essa permette la osservazione dei movimenti del minore che sfuggirebbero ad una semplice verbalizzazione; inoltre, attraverso la videoregistrazione si potrà valutare la audizione del piccolo teste senza necessità di porre in essere ulteriori incontri con lo stesso; inoltre, tale metodologia metterà in evidenza le modalità più o meno corrette della procedura, la sua rispondenza agli standard scientifici ed il percorso logico seguito dall’esperto per giungere alle conclusioni.    
      La Carta de qua prevede, altresì, che i colloqui con il minore si verifichino in tempi e luoghi opportuni, informando l’esaminando dei suoi diritti e del suo ruolo in relazione alla procedura in corso, consentendogli di esprimere i propri stati di animo. Ciò, indubbiamente, in ossequio delle precitate Convenzioni internazionali. 
       L’art. 7 della documentazione in questione evidenzia, inoltre,  come “l’incidente probatorio” sia “la sede privilegiata di acquisizione delle dichiarazioni del minore nel corso del procedimento”. Il combinato disposto degli articoli 8 e 9 si sofferma, poi, sul dibattuto argomento degli indicatori di abuso, sottolineando come i sintomi di disagio che il minore manifesta non possano tout court essere considerati indicatori specifici di abuso sessuale, potendo derivare da altre cause; mentre la loro assenza non esclude di per sé l’abuso.
      Tale apodittica, ad avviso di chi scrive,  considerazione trae origine da una corrente di pensiero scientifico, la quale ritiene che non esiste alcun sintomo specifico e nessun insieme di sintomi o comportamenti che possa condurre con certezza ad una diagnosi di abuso. Myers  afferma, al riguardo, che “Nor is there a ‘sexually abused child syndrome’ that delects or diagnoses child abuse”.  Tale insigne esponente della scienza afferente la analisi della mente sottolinea, inoltre,  che “…non esiste un singolo comportamento o un sintomo o un insieme di comportamenti osservati in tutti o anche nella maggior parte dei minori che hanno subito un abuso sessuale.  Non esiste neppure una sindrome del minore abusato sessualmente che rilevi o diagnostichi un abuso su minore”.  Malgrado ciò, tale affermazione  non può essere accreditata,  qualora  si concentrino  nel minore molteplici indicatori, sia fisici che psicologici.  
     Giova segnalare, solo fugacemente, al riguardo, come gli indicatori di abuso possano essere fisici, mentali e psicopatologici. Sono definiti  indicatori specifici i segni visibili e corporei; indicatori aspecifici quelli relativi alla psiche del minore, come  il disagio, il pavor nocturnus,  la masturbazione compulsiva, le incoercibili reattività aggressive ed i fenomeni di autolesionismo.
     Partire dalla presunzione della non esistenza di sintomi specifici di abusi sessuali può sfociare nella aberrante conclusione di affermare, come di recente peraltro è accaduto nel procedimento che vede parti offese alcuni  minori di una scuola sita nella regione  Lazio , che l’anite rossa, i disturbi del sonno, le irritazioni vaginali, unite a fenomeni depressivi patiti da un minore ed alle dichiarazioni dello stesso non costituiscano indicatori certi di abuso sessuale. 
    E’, quindi,  lecito domandarsi quale altro indicatore patognomico, oltre a quelli anzidetti, può presentare un minore per potersi  affermare “con certezza” che sia stato sottoposto a violenza sessuale. La risposta è spaventosamente, atrocemente  scontata: gli indicatori sono o la morte per non aver potuto contenere il membro maschile durante la  penetrazione, ovvero, la presenza di una malattia venerea, quale h.i.v., epatite, etc. Ma anche a tale malattia potrebbe essere trovata un spiegazione alternativa dai teorici del c.d. “falificazionismo” a tutti i costi!
      E’ posto, quindi, in risalto dalla Carta di Noto  come la funzione dell’esperto, incaricato di effettuare una valutazione sul minore ai fini giudiziari, debba restare distinta da quella del terapeuta,  finalisticamente volta al sostegno ed al trattamento  dello stesso.
     Giova, al riguardo, evidenziare come molte organizzazioni professionali statunitensi, come la American Board of Forensic Psycology, l’American Academy of Psychiatry and the Law e la American Psychological Association,  scoraggino fortemente gli esperti  dal ricoprire entrambi i ruoli.  Anche il codice deontologico dell’ordine degli psicologi italiani esclude la possibilità per il clinico di prendere in cura un soggetto che ha già conosciuto per altri motivi, estranei alla attività terapeutica. 
     Nell’ultimo articolo, la Carta di Noto richiama il Protocollo alla Convenzione dei Diritti del Fanciullo sulla vendita, la prostituzione e la pornografia dei minori, auspicando che le competenti istituzioni diano celermente concreta  attuazione  alle prescrizioni contenute nell’art. 8 (a. riconoscendo la vulnerabilità delle vittime ed adottando le  procedure in modo da tenere debitamente conto dei loro particolari bisogni, in particolare in quanto testimoni; b. informando le vittime riguardo ai loro diritti, al loro ruolo ed alla portata della procedura, nonché alla programmazione e allo svolgimento della stessa, e circa la decisione pronunciata per il loro caso; c. permettendo che, quando gli interessi personali delle vittime sono stati coinvolti, le loro opinioni, i loro bisogni o le loro preoccupazioni siano presentate ed esaminate durante la procedura in modo conforme alle regole di diritto interno; d. fornendo alle vittime servizi di assistenza appropriati, ad ogni stadio della procedura giudiziaria; e. proteggendo, se del caso, la vita privata e l’identità delle vittime e adottando misure conformi al diritto interno per prevenire la divulgazione  di qualsiasi informazione atta ad identificarle).
     Anche il Protocollo di Venezia risulta volto a tracciare linee guida alle quali gli esperti dovrebbero attenersi nell’esame dei minori.       Tale documento, infatti,  nato al  termine del “simposio disciplinare” in tema di diagnosi forense di abusi sessuali collettivi, tenutosi a San Servolo nel settembre 2007, “...facendo propri i principi della Carta di Noto, delinea e specifica, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, le linee guida alle quali gli esperti dovrebbero attenersi nell’affrontare casi di abuso  sessuale collettivo sui minori..”.
     Deve essere, in merito, evidenziato come  dette Linee guida approfondiscano principalmente gli abusi collettivi sui minori, definendoli  “…atti di carattere sessuale rivolti a gruppi di minori che si assumono posti in essere da uno o più soggetti. Per le loro caratteristiche richiedono un preliminare e ineludibile intervento conoscitivo del contesto in cui si assume abbiano avuto origine”.
      E’ opportuno, inoltre,  porre in luce, prima di effettuare una disamina specifica del protocollo, come questo risulti molto affine alla Carta di Noto. Ciò emerge, ictu oculi,  sin ad una prima compulsazione degli articoli in esso contenuti.  L’art. 2 del Protocollo di Venezia, ad esempio, davvero poco innova rispetto alla previsione dell’art. 1 della Carta di Noto; in entrambi è evidenziata la importanza della preparazione dei professionisti che dovranno effettuare gli incontri con il minore.
      Gli articoli tre, cinque e sei mettono, poi, in risalto, in maniera assolutamente generica,  le metodologie che l’esperto dovrebbe rispettare nell’ascolto del minore, senza evidenziare le effettive modalità di indagini che quest’ ultimo potrebbe utilizzare nell’intervista al piccolo teste.   Il Protocollo de quo sottolinea, indi, all’art. 4, la pregnante necessità di fare sempre costante riferimento ai principi sanciti nella Convenzione di Strasburgo.  L’intervento ed il trattamento del minore da parte del sistema giudiziario non dovrà, quindi,  mai essere contrario agli interessi superiori del fanciullo, con particolare riguardo alle conseguenze sulla salute psicofisica del medesimo, a cagione dell’espletamento e del protrarsi delle audizioni.  L’art. 7 della documentazione oggetto di esame  fa, invece, cenno sia ai precetti contenuti nella Convenzione di New York, ovvero la tutela e la garanzia della dignità e riservatezza dei minori, che  alla Carta di Treviso, per quanto attiene alle cautele atte ad evitare la diffusione di notizie e immagini riguardanti i minori  che possano contribuire alla loro identificazione.
    Il protocollo di Venezia evidenzia, in ultimo,  all’art. 12, la necessità di acquisire “l’intero materiale videoregistrato, anche in contesti quotidiani e domestici”. Tale indicazione è di potenziale rilevanza, ponendo in luce la necessità di prendere in considerazione  anche le prime dichiarazioni spontanee del minore, scevre di condizionamenti e suggestioni.
   L’allegato al Protocollo si concreterà, invece, in una guida metodologica, tesa ad individuare gli strumenti di intervento che gli esperti dovrebbero utilizzare nella assunzione delle dichiarazioni dei minori e nella valutazione delle stesse.
    Tale breviario per l’assessment di minori coinvolti in abusi sessuali non risulta, tuttavia, essere sufficientemente dettagliato per riverberare nel tessuto sociale degli esiti positivi e tangibili.      
    Ci si riferisce, ad esempio, alla sommaria previsione contemplata nell’art. 2, lettera b e c. In quest’ ultimo punto, infatti, si indica la pregnante necessità di stabilire una relazione con il minore; tuttavia, non si esplicitano le modalità di attuazione di tale generica previsione.
    Viene posta in luce, altresì, la esigenza di previa  valutazione del livello di suggestionabilità del piccolo teste; ma,  anche in questo caso non è specificata alcuna indicazione e non è  evidenziato, neppure, alcun parametro di riferimento certo.     
   Occorre far risaltare come siffatte linee guida, qualora non acquisiscano  maggior specificità e rigore analitico,  terranno sempre le porte aperte a molteplici interpretazioni.
     Deve essere, altresì,  fatto fugace cenno ai dettami contenuti nella Carta di Treviso; tale documento approvato nel 1990, aggiornato  nel 2006, indirizzato primariamente alla categoria professionale dei giornalisti,  sancisce la tutela del minore,  imponendo il mantenimento dell’anonimato del medesimo, mediante la imposizione del divieto di pubblicazione di elementi che lo riguardino e che possano permettere la sua identificazione.  Viene inibita, inoltre, la diffusione di dati che possano influire negativamente sullo sviluppo emotivo del minore, vittima, esecutore o testimone di un reato. Giova, peraltro, evidenziare il divieto di  diffusione e di pubblicazione del complesso di  quegli elementi, come le generalità ed  i recapiti,   che  potrebbero condurre alla  individuazione del fanciullo. 
     E’ opportuno, tuttavia, in merito, ribadire  come tali linee guida formulate dai diversi ordini professionali, non debbano esorbitare la loro funzione, divenendo linee guida nella valutazione della testimonianza! Non sono, difatti, auspicabili regole legali fondate sulla psicologica giuridica.
    Con ciò, non si vuole  negare la opportunità,  in ambito di  ascolto del fanciullo, di un proficuo dialogo tra giuristi e operatori nel settore della psicologia forense; ciò nondimeno, tale collaborazione non può necessitare in relazione ai  criteri di valutazione probatoria, e ciò in quanto si tratta di tematica di natura squisitamente processual-penalistica. “Lacus et stagna, et licet interdum crescant, interdum exarescant, suos tamen terminos retinent: ideoque in his ius alluvionis non agnoscitur”.

      
6. Problematiche  controverse e possibili soluzioni.   Numerose sono le problematiche afferenti alla testimonianza del minore; alcune di esse attengono a profili pratici altre a  vuoti normativi. In questa succinta riflessione si prenderanno in considerazione quelle che  si ritengono maggiormente rilevanti.
     In primis, giova ribadire come l’art. 498 c.p.p.  non tracci, in modo esaustivo,  i confini e le attribuzioni specifiche della audizione del piccolo testimone, così lasciando alla esegesi dei destinatari la sua attuazione concreta. Non va sottaciuta, al riguardo, la genericità  della previsione normativa che, certamente, non soddisfa, né risolve le più ampie questioni sottese al regime probatorio della testimonianza del minore.
    Come si è  già avuto modo di evidenziare nella prima parte della presente riflessione, i commi 4, 4 bis e 4 ter dell’art. 498 c.p.p. risultano, invero,  eccessivamente sommari.  Sarebbe auspicabile, al riguardo, una integrazione normativa che sottolineasse, in particolar modo,  i metodi della audizione da utilizzare nella prassi giudiziaria.
    Il legislatore ha, invero, individuato i tempi ed i luoghi per l’ascolto del minore, lasciando da parte  il punto cruciale della questione che ne occupa,  rappresentato, a modesto avviso di chi scrive,  dal modus operandi dell’intervistatore.   
   Giova rimarcare, al riguardo, come la metodologia di audizione che si ritiene maggiormente adeguata al fanciullo in età prescolare sia  la intervista “semi-strutturata”, introdotta da Yuille,  che potrà già essere utilizzata  con i bambini di tenerissima età, al di sotto dei sei anni.
   Una esemplificazione pratica di detta tipologia di esame è la audizione protetta, in sede di incidente probatorio,  di numerosi minori,  verificatasi, di recente, in un noto caso giudiziario.   La intervista de qua si è svolta, difatti,  nel rispetto del complesso di quelle  indicazioni tese ad evitare ogni genere di suggestione e condizionamento esterno del minore.
    Deve essere oggetto di attenta considerazione, al riguardo,  come i colloqui abbiano avuto, sempre, inizio con la presentazione dell’esperto e del giudice ai piccoli testimoni,  al fine di far loro comprendere  la precipua funzione e la serietà della  intervista.    Deve essere evidenziato, inoltre, che all’inizio dello svolgimento di ogni audizione, l’esperto  ha  tentato di instaurare un rapporto con gli esaminandi al fine di tranquillizzarli e consentirgli di essere  a proprio agio; solo in un secondo momento, ha avuto principio la intervista vera e propria per mezzo del racconto libero dei minori; l’intervistatore ha, quindi,   formulato i quesiti, dapprima generici, in seguito maggiormente specifici, così da non aggredire i fanciulli con interrogazioni oltremodo invasive. E’ stato, infatti, richiesto ai minori di elaborare le argomentazioni da loro stessi introdotte.
  Una audizione impostata in tal modo consente sia di avere una cognizione il più possibile scevra da contaminazioni e falsi ricordi, essendo principalmente basata sul racconto libero del minore,  sia di garantire la salute psichica del medesimo.
    Una ulteriore problematica, non priva anch’essa di conseguenze tutt’ altro che trascurabili,  afferente alla acquisizione della testimonianza del minore, riguarda il divieto “generalissimo” di formulare i c.d. quesiti  suggestivi.
     Deve essere rimarcato, in merito,  come il Codice  non statuisca  alcuna specifica indicazione per l’esame del fanciullo, oltre alla sintetica  previsione dell’ art. 499 c.p.p. che  consacra il divieto di “domande che possono nuocere alla serenità delle risposte”.
    In relazione a ciò, è opportuno effettuare una prima rapida digressione, sottolineando quei quesiti, “leading questions” che, come già detto,   secondo la psicologia forense,  sono in grado di esercitare sul minore quell’ “oscuro potere suggestivo” tanto temuto nelle aule di giustizia.    
      Le interrogazioni maggiormente aborrite dagli esperti di psicologia giudiziaria, che, quindi,  dovrebbero essere evitate da coloro che conducono la audizione di un soggetto, ancor più se si tratti di un minore di età,  si  ritengono  certamente essere le domande “affermative per congettura”.  In esse, infatti, viene dato per assodato, da colui che conduce l’interrogatorio, che il teste abbia un ricordo, prima che ciò sia stato oggetto di attenta verifica. Devono, quindi, eludersi quei quesiti che tendono a dare per scontato il presupposto.  
      Inoltre, occorre evidenziare come il fanciullo tenda a rispondere anche alle domande  maggiormente fuori del comune  ed, altresì, come sia portato ad assecondare la persuasiva determinazione dell’adulto. Ciò in ragione del fatto che il minore, soprattutto se in tenera età, può supplire con la immaginazione ai vuoti conoscitivi e a ciò che  non trova fondamento nella realtà  empirica.  Qualora il minore non ricordi il fatto relativo alla domanda rivoltagli, la mancanza di tale base cognitiva, può,  essere sostituita dall’ affidamento nell’adulto.
     Il piccolo testimone potrebbe, invero, affidarsi all’adulto e  accettare la informazione di cui quest’ ultimo, anche senza intenzione,  ha fornito lo spunto.
       Sarà, quindi, nuovamente attribuita al presidente  la valutazione circa la idoneità delle domande a compromettere o meno la sincerità dell’esaminando.  
     Ciò nondimeno,  in merito, occorre ribadire la primaria necessità di indicazioni normative chiare, riguardo alla portata suggestiva dei quesiti che potrebbero essere rivolti al fanciullo e  ciò al fine di non incorrere in errori metodologici che rischierebbero di inficiare le dichiarazioni ab origine.
    Deve essere, altresì,  oggetto di considerazione la circostanza che anche  le linee guida nazionali affrontano l’argomento “suggestionabilità”, pur   non indicando i contenuti della stessa.         Ci si riferisce, in particolare, alla precitata guida metodologica contenuta nel Protocollo di Venezia. Essa segnala la necessità di valutare la “suggestionabilità” del minore, senza però offrire le specificazioni pratiche necessarie al fine di consentire ad un non addetto ai lavori di applicare nel miglior modo possibile la teoria alla prassi giudiziaria.
    È opportuno, al riguardo,  evidenziare che due sono i principali fattori di suggestionabilità dei bambini: l’influenza cognitiva e quella sociale.  I ricordi di un minore, secondo accreditati e recenti studi scientifici,  possono, infatti,  essere alterati a cagione della presenza di vari fattori: 1. la presenza di informazioni non corrette nelle domande che vengono formulate al minore 2. la sussistenza di “attivatori” sintattici di presupposizione delle domande 3. l’utilizzo di domande ripetute. 4. la distorsione delle risposte date 5. l’ influenza sociale.
       In primis, vanno, quindi,  evitate le domande che implicitamente indicano  una risposta. (Ad esempio, papà ti ha toccata lì tra le gambe?). Esistono, poi,  alcuni veri e propri  “attivatori  presupposizionali”, ovvero espressioni grammaticali in grado, da sole, di implicare uno stato di cose in base al quale dare un  senso alla frase.
     Non si deve, poi, incorrere nella ripetizione degli stessi quesiti, qualora il minore abbia già fornito una risposta al riguardo, giacché tale ripetizione potrebbe generare nell’esaminando la falsa convinzione di aver dato, la prima volta, una risposta sbagliata.
      Un ulteriore “attivatore” di suggestione si concreta nelle c.d. modificazioni o distorsioni, ossia laddove l’intervistatore propini informazioni sconosciute al testimone, ovvero contraddica quanto in precedenza affermato dallo stesso.
    Un esempio di modificazione delle risposte date,  è il seguente:
Intervistatore: Cosa ha fatto papà a Chiara?
Minore: L’ha toccata.
Intervistatore: L’ ha toccata. E cosa ha fatto a Stefano?
Minore: (non dice nulla).
Intervistatore: Lo sai?
Minore: (nessuna risposta).
Intervistatore: Lo ha toccato? Così lo ha toccato?
    È necessario, poi, sfuggire all’ ultimo fattore  generativo di suggestione: la  c.d. influenza sociale. Al fine di  evitare che il fanciullo subisca tale tipo di condizionamento, è opportuno fornirgli  il minor numero di informazioni possibili  ed, inoltre,  non gli devono essere promesse ricompense né punizioni durante lo svolgimento della intervista; ad esempio, è da ritenersi scorretto somministrare al minore dei dettagli sulle vicende che saranno, poi, oggetto di esame, giacché il piccolo testimone potrebbe conformarsi a tali nozioni. 
    Uno studio riguardo la suggestionabilità condotto dai ricercatori Pynoos e Nader  su un gruppo di minori di una scuola in cui si era verificata la incursione di un uomo armato, portò alla conclusione che anche i fanciulli,  assenti dall’ edificio scolastico il giorno dell’evento, affermavano di avere memoria dello stesso.    Tale fenomeno può essere spiegato, per l’appunto, dalla c.d. influenza sociale, ovvero dal condizionamento psicologico generato nei minori sia dai racconti dei compagni di scuola e dei genitori, che dall’ influsso dei mezzi di comunicazione di massa. 
   La problematica della suggestione, insita nei quesiti che vengono rivolti al minore, potrà essere, quindi, scongiurata unicamente attraverso una corretta preparazione di coloro che sono preposti alla effettuazione del  colloquio de quo ed, inoltre, attraverso una adeguata informazione alle famiglie dei minori “La suggestionabilità, malgrado il suo potenziale distruttivo è forse il peccato della memoria più facile da sconfiggere...basta semplicemente sapere cosa non fare..”.   
     Non è, inoltre, stato oggetto di specificazione da parte del legislatore  se i dati eventualmente emersi da una perizia sul minore possano essere utilizzati come spunto per formulare domande durante la audizione protetta.  In quest’ ultimo caso, infatti, non sarebbe ragionevole parlare di condizionamento o suggestione del minore, avendo lo stesso fanciullo introdotto sua sponte  la tematica de qua, pur se  in un momento cronologicamente antecedente.
   Ci si riferisce, specificatamente, all’ incidente probatorio, espletato nel già citato e noto caso giudiziario ; in merito, occorre evidenziare come i  quesiti venissero, dapprima, formulati dalla difesa e dall’accusa  e, quindi, sottoposti al vaglio dell’organo giudicante. Molti degli interrogativi posti dagli avvocati delle parti  non sono stati ritenuti ammissibili dal giudice, a cagione della loro efficacia suggestiva.
    Anche le domande fondate su dichiarazioni rilasciate dai minori stessi in sede di precedente  perizia sono state considerate intrinsecamente forzanti dall’organo giudicante. Non si ben  comprende, però, proprio in relazione a tali dati emersi e documentati, la ragione  che li vorrebbe relegati nell’oblio.
     Giova, al riguardo,  evidenziare come sia affiorato dalle precedenti perizie il riferimento ad avvenimenti ed individui ben precisi.      Ad esempio, il minore X, nella perizia effettuata dal collegio di esperti,  ha dichiarato che gli veniva introdotto un bastoncino nell’ano; inoltre, ha riferito di essere stato legato e  di essere stato messo con la testa sotto l’acqua della piscina.
     Si ritiene che domande relative alla piscina de qua ed, altresì, alla introduzione del bastoncino nell’ano non possano definirsi di “portata forzante”, essendo state le precitate tematiche introdotte, sua sponte, dal minore stesso, anche se in un momento storico cronologicamente antecedente. Tuttavia, anche sul punto, risultano mancanti indicazioni normative riguardanti la utilizzazione, in sede di incidente probatorio ed in dibattimento, di dati precedentemente emersi dall’ascolto del fanciullo.
   Deve essere, inoltre, posta in risalto la obiettiva difficoltà nella formulazione di interrogazioni specifiche durante l’esame del minore.     Difatti, nella prassi invalsa in Italia, sarà il giudice a ricevere, oralmente o per iscritto, le domande delle parti e a filtrarle al perito, il quale, a sua volta, dopo averle ulteriormente rimaneggiate, le porrà al bambino. Ciò determinerà una ulteriore compressione del diritto costituzionalmente garantito al contraddittorio, a scapito dei diritti dell’imputato.
       Tuttavia, in merito, occorre evidenziare come tale antinomia, tra i diritti dell’imputato e la tutela del minore, in seno all’ordinamento giuridico attuale, non possa essere risolta, almeno dal punto di vista del ragionamento logico.     
      L’unica soluzione possibile è nella scelta discrezionale effettuata dal legislatore di concedere preminenza alla tutela della salute psicofisica del minore o alla tutela dei diritti della persona accusata di un reato.
    In America, come si è già avuto modo di sottolineare, il contrasto si è risolto in favore dell’accusato. Par contre, fino ad oggi, anche a seguito della attuazione della previsione dell’art. 111  Cost., nel nostro ordinamento giuridico, è la salus del minore ad essere collocata al primo posto. 
      Tuttavia, la mise en ouvre dei precetti sul giusto processo, contemplati nell’art. 111 della Costituzione, potrebbe aprire le porte, anche in Italia, a numerose contestazioni.   
       Sarà opportuno, in ogni caso, evitare che le garanzie del contraddittorio si trasformino in strumenti lesivi delle esigenze di tutela della personalità del minorenne, sia esso vittima o testimone di un reato.
    Va, altresì, evidenziata una ulteriore nota dolente nel sistema, ovvero  le tempistiche  troppo estese prima di pervenire alla effettiva  escussione del minore. Il piccolo testimone, in tale lasso temporale, potrebbe, infatti, rimuovere il ricordo, specie riguardo ai particolari dell’evento, o addirittura procedere ad una rielaborazione dello stesso.
      Per di più, il minore, nel corso di detto intervallo,  potrebbe essere ascoltato attraverso modalità errate, che andrebbero ad inquinare, di frequente  irreparabilmente,  la memoria degli eventi. Più lunga la attività investigativa, più suggestive le tecniche usate, maggiore è la possibilità che il bambino consolidi ricordi spuri.
     Si fa, ancora, fugace cenno al procedimento che vede parti offese numerosi bambini di una  scuola materna  , per porre in evidenza  come le lungaggini investigative o forse sarebbe meglio dire il pessimo svolgimento delle indagini affidate alla polizia locale, abbia condotto a due sfavorevoli esiti;  in primis, alla “possibilità” per gli indagati di occultare ogni possibile traccia del crimine ed, inoltre, alla eventualità che i minori stessi subiscano rilevanti “influenze sociali”.
   Nei procedimenti che vedono coinvolti minori, soprattutto se in età prescolare, è  da ritenersi essenziale la celerità della prassi giudiziaria;   tuttavia, tale imprescindibile necessità trova raramente applicazione pratica.
        Giova evidenziare, infatti, come il fanciullo,  in genere, enunci la prima volta gli accadimenti che lo riguardano ad una persona di fiducia, nella maggior parte dei casi ad un familiare,  ad un insegnante o ad un assistente sociale; quindi, di regola, viene sentito dalla polizia giudiziaria che ne raccoglie la denunzia o la querela e, in un secondo momento,  dal Pubblico Ministero, specie qualora si tratti di  reati  per i quali la testimonianza della parte offesa sia l’unica fonte di prova.
    Secondo i dati di una ricerca condotta nel 1986 il minore viene sottoposto in media a sette interviste da parte della polizia e non è raro  che si superi nella prassi questa previsione statistica.  I dati emersi da tale analisi pongono in evidenza la via crucis alla quale il fanciullo, vittima o testimone di un reato, viene sottoposto. Egli dovrà, infatti, essere ascoltato da giudici,  psicologi, avvocati, assistenti sociali, subendo quel processo che viene denominato dalla psicologia giuridica di “vittimizzazione” secondaria, dovuta alla costante e ripetuta rievocazione di eventi dolorosi. E’ come se l’esaminando debba rivivere, ad ogni intervista, l’evento traumatico patito. 
    Per evitare di ingenerare nel piccolo testimone condizionamenti esterni, traumi e falsi ricordi, l’unica via possibile è ridurre il numero degli interrogatori; sarebbe preferibile uno solo, ovviamente, videoregistrato.   Inoltre, l’ascolto del minore andrebbe affidato a  persone capaci e preparate. A parere di chi scrive, non si deve trattare necessariamente di esperti, anche il giudice e gli avvocati, se adeguatamente informati sul tema, dovrebbero, in ossequio al principio del contraddittorio, poter formulare al teste domande dirette e non aggressive, usando un linguaggio semplice alla portata del minore.
   Anche il Memorandum diffuso da Home Office in Gran Bretagna evidenzia come colui che conduce la audizione non debba essere necessariamente un esperto di psicologia. E’ consigliabile, infatti, che sia un adulto capace di stabilire un rapporto con il minore e di comunicare in modo efficace con il medesimo anche in momenti di disagio. Si ritiene,  altresì, necessaria per l’intervistatore una adeguata conoscenza della disciplina delle norme  processuali.
   Il Memorandum de quo raccomanda di attenersi al seguente schema distinto in quattro fasi:
a. far sì che il minore si senta sicuro e rilassato.
b. formulare i quesiti in modo che il  bambino rievochi liberamente, evitando domande forzanti.
c. proporre eventuali domande di approfondimento di quanto narrato.
d. concludere l’intervista controllando con il minore di aver compreso bene le parti essenziali del colloquio.
     In relazione a quanto sopra, vanno, ancora, poste in evidenza le difficoltà  riguardanti gli aspetti pratici dell’incontro con il minore; in particolare, occorre sottolineare la mancanza di personale specializzato all’ascolto del fanciullo, soprattutto tra gli incaricati della polizia che, spesso,  effettuano le prime importantissime  serie di interrogazioni.
    Specifici protocolli volti ad istruire gli addetti ai lavori rappresenterebbero un efficace strumento interdisciplinare  di definizione di modalità, percorsi, e interazioni tra le diverse istituzioni. 
     Va richiamato, al riguardo, come esemplificazione pratica di quanto sopra sostenuto, il “Documento di intesa fra la Procura di Roma e il Tribunale dei minori”. In tale protocollo vengono, infatti, delineati suggerimenti volti a bilanciare le esigenze di indagine e la protezione dell’esaminando. 
      Tali auspicabili protocolli di indirizzo non dovrebbero, tuttavia, essere molteplici; sarebbe conveniente una reductio ad unitatem;  un solo testo di riferimento a livello nazionale, di rango normativo,  che tracciasse principi chiari e dettagliati,  a cui fare fermo riferimento in ambito di acquisizione della testimonianza del fanciullo, così da evitare di cadere in errori  metodologici, in fraintendimenti e misinterpretazioni di ogni sorta.
   Giova, in fine, evidenziare la necessità di promuovere programmi di formazione per operatori minorili; a tali corsi dovrebbe essere consentito- anzi incentivato- l’accesso, così come avviene da anni nei paesi di Common Law, agli agenti di polizia,  agli avvocati ed ai giudici; ciò al fine di consentire loro un adeguato aggiornamento sulle tecniche cognitive di intervista del minore.
    Sulla scorta di tali premesse ben si comprende la urgenza di una riforma che integri i vuoti lasciati dal legislatore, una riforma normativa, dunque,  che riverberi i suoi effetti finanche sul tessuto sociale.

                     

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Ottobre 2009 16:58  

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